CRAKERAS


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Pietro La Croce

L’Associazione > Parlano di noi


Buon giorno da Tonara,

Piero La Croce ha preparato il seguente articolo che, come peraltro già programmato, sarà pubblicato sul periodico l'Arborense.


L
ASSOCIAZIONE CULTURALE CRAKERAS DI ORISTANO


Nei mesi scorsi è stata fondata ad Oristano un’Associazione Culturale, chiamata
Crakeras che dovrebbe variamente occuparsi di archeologia ma che poi in realtà estende i propri interessi ed attività a diversi ambiti culturali. Pare, fra l’altro, che la costituzione di un’associazione culturale ad Oristano sia un avvenimento degno di nota. Io, però, non ho studiato a fondo le dinamiche culturali della città per esprimere un parere in merito. Conosco però alcuni soci di Crakeras e devo dire che sono persone a modo oltre che di raffinata intelligenza ed animate, perdipiù, dalla voglia di fare qualcosa che scuota dal torpore della quotidianità fine a se stessa. Alcuni di essi sono tonaresi di origine e ciò mi fa piacere perché significa che la comunità tonarese di Oristano (circa 300 persone) si è bene integrata in città. Qualche tempo fa sono stato ad Oristano, proprio presso la sede provvisoria dell’associazione Crakeras. Il motivo era la presentazione del libro di Michela Murgia “Il mondo deve sapere”. Si, proprio Michela Murgia la brillante collaboratrice dell’Arborense. In questa sede mi limiterò solo ad un breve commento letterario per dire che il libro di Michela bisogna assolutamente leggerlo perché si tratta di una denuncia vera e propria contro lo sfruttamento del lavoro precario; un grido d’allarme ragionato sul proliferare dei call centers; un’invettiva contro il cinismo di chi approfitta della disperazione e del bisogno di lavorare di tanti giovani per costringerli a lavori umilianti ed assolutamente sottopagati. Ma la cosa più straordinaria del tutto è che Michela è veramente incontenibile; quando parla è un fiume in piena; cattura con la sua affabulazione arguta; trascina con la sua simpatia trasbordante; entusiasma con la sua autoironia; coinvolge con il racconto, sempre pertinente e mai noioso, delle sue vicende personali, peraltro citate nel libro. Come premesso, però, non parlerò oltre del volume di Michela, anche perché c’è già qualcuno nel giornale che cura un’apposita rubrica di libri. Vorrei invece parlare brevemente di crakeras. Il nome viene da crachèra che significa gualchiera. La gualchiera è un’antica macchina idraulica che serviva per la follatura dell'orbace: operazione necessaria per far infeltrire il tessuto, in modo da renderlo più resistente e più caldo. L'orbace è un tessuto ottenuto dalla lana di pecora, ma in alcuni casi poteva essere utilizzata anche la lana di capra per confezionare soprattutto le bisacce che risultavano così più resistenti. Il tessuto di lana di pecora veniva usato per confezionare gonne e grembiuli del costume femminile, oppure i calzoni, ed i giubbini (corpetto), i berretti, ed i copriscarpe di quello maschile ed ancora i mantelli per pastori (su gabbànu) e infine coperte. L'energia di tipo meccanico prodotta dalla ruota idraulica, veniva raccolta sull'asse (intorno al quale ruotavano le pale) e trasmessa alle parti meccaniche da azionare, cioè ai magli. La gualchiera funzionava sfruttando l'energia dell'acqua, generalmente fatta scendere dall'alto per mezzo di un canale di legno. Le gualchiere erano attive di solito durante l'inverno e la primavera, in quanto la portata dei torrenti era abbastanza regolare e sufficiente ad azionare la ruota. In Sardegna esiste ancora una gualchiera perfettamente funzionante. Si trova lungo il corso del Rio Tìno a Tiana, il piccolo paese della Barbagia di Belvì, famoso, fra l’altro, per aver dato i natali a Tìu Antòni Tòdde, che morì a 113 anni e che è stato l’uomo più vecchio d’Europa. Nel prossimo numero parleremo dunque della gualchiera di Tiana e della lavorazione dell’orbace. Ma poiché gli amici di Oristano hanno battezzato la loro associazione crakeras, scrivendo quindi il nome con la lettera K, mi interessa invece approfondire un aspetto linguistico legato al nome della gualchiera. Crachèra viene infatti da cracàre che in sardo (tianese) significa schiacciare, comprimere, costipare. Altri sinonimi (usati nella Barbagia di Belvì) sono istreccàre, assaccàre, assacorgiàre etc. È evidente quindi che cracàre in questo caso significa battere l’orbace per comprimerne la fibra. Ma il verbo crackàre, che deriva dall’inglese to crack (scritto quindi con la lettera k), viene ormai utilizzato anche in italiano, ed esattamente nell’informatica per indicare la decompressione di un programma informatico criptato. Infatti il verbo to crack significa, tra l’altro, incrinare, screpolarsi, rompersi, rompere. Tanto è che in chimica to crack significa scindere ed infatti il cracking, nell’industria petrochimica, è un processo che implica la scissione delle catene molecolari degli idrocarburi che devono essere trasformati in benzine. Fin qui niente di strano ma la cosa curiosa è che ormai crackàre si usa anche in sardo ed allora può capitare che fra amici che si scambiano programmi informatici uno possa dire: cracàu mi dd’has cùddu programma? che significa: “mi hai decompresso quel programma?”, e che invece ha un significato letterale esattamente opposto, cioè: “me lo hai schiacciato quel programma”. Insomma anche questa piccola curiosità mette in evidenza come ormai lo strapotere dell’inglese sia tale che persino in una lingua come l’italiano ci sia la necessità di importare continuamente i termini attinenti alle nuove discipline come l’informatica per adattarli tout court alla nostra lingua senza minimamente preoccuparsi di trovare sinonimi o adattamenti. È questo, quindi, che fa diventare tutte le altre lingue provinciali ed obsolete rispetto all’inglese. Gli spagnoli sono molto più attenti e quando si trovano davanti un termine inglese trovano l’immediata traduzione in spagnolo. Noi invece se dobbiamo dire sala diciamo hall; se dobbiamo dire alla moda, diciamo trend; se dobbiamo dire sensuale diciamo sexy; se dobbiamo dire va bene diciamo okay; e potremo continuare con migliaia di esempi. Basterebbe un pò più di attenzione e di rispetto per l’italiano per evitare il rischio che si trasformi in una sorta di adattamento neolatino dell’inglese. E ciò, a maggior ragione, vale anche per il sardo. P.S. Chiedo scusa ai lettori ma mi sono accorto di aver usato anch’io un termine straniero: tout court che deriva dal francese, quando invece avrei dovuto e potuto scrivere: in breve, spassionatamente, automaticamente, pedissequamente.

Tenendo conto che la tosatura delle pecore avviene di solito in giugno e che le massaie avevano bisogno di tempo per lavare, filare e tessere la lana grezza, la gualchiera di conseguenza non veniva utilizzata durante l'estate.
L'orbace veniva sistemato nel piano, ottenuto scavando ad angolo retto un tronco d'albero (del diametro di circa 1 metro) presumibilmente di castagno. Su questo piano si muovevano, alternativamente, avanti e indietro, i due magli della gualchiera. I magli venivano azionati da due pale, una per ciascuno, sistemate trasversalmente e in senso opposto l'una all'altra sull'asse della ruota. Per stabilire la lunghezza del tessuto, come unità di misura, veniva usata la canna, equivalente ad una lunghezza di 3 metri. Per la follatura di una “
canna” di orbace, il gualchieraio chiedeva inizialmente 5 centesimi, successivamente si arrivò a 5 lire. Comunque il sistema di pagamento più frequente era il baratto. Per fare una follatura completa occorrevano da 24 a 45 ore, secondo la carica. Il cappotto era fatto di due teli: uno di orbace e l'altro di cotone. Il telo di cotone veniva cosparso di diversi tipi di cera, tra i quali la cera d'api e il negrofumo. Col pennello veniva passata la cera in ambedue le parti della tela, poi si lasciava asciugare. Si praticava questo procedimento per impermeabilizzare il cappotto. L'impasto di cera cosparso sopra la tela, infatti, fungeva da isolante. Il cappotto veniva cucito a mano con la lana infilata in un ago, molto grande. Seguiva la tintura, in questa maniera: si tagliava a pezzi la corteccia degli ontani (is alinos) e si faceva bollire con acqua in una pentola (chiamata cheddàrgiu); quindi si introduceva il cappotto nel liquido nero, si spegneva il fuoco e si lasciava in tintura un giorno. Questa sostanza serviva anche per tingere coperte per bambini, sacchi, lenzuola ed altre cose. Il cappotto, che veniva indossato particolarmente dai pastori, aveva il cappuccio, non aveva maniche ed era lungo fino alle caviglie. Per legarlo non esistevano chiusure; qualcuno applicava i bottoni, oppure metteva cordicelle. Con l'orbace si facevano anche i pantaloni e le calze per i pastori.

Piero La Croce



webmaster Paolo ONIDA - ultimo aggiornamento: sabato 14 novembre 2009 | crakeras@tiscali.it

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