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27 ottobre: "Il mondo deve sapere"

LE ATTIVTA' > ARCHIVIO > anno 2007


Il mondo deve sapere - edizioni ISBN Milano


Non
è un libro di denuncia.
Non è un libro di sinistra.
Non è un libro di protesta sul precariato.
Non è una sit com sui call center.
Non è un libro per dare addosso alla Kirby.

Non era neanche un libro, in origine. Era il mio blog tematico sul lavoro che facevo. Certo se un blog può diventare un libro, può darsi anche che il libro - che non era nessuna di quelle cose elencate - possa poi diventarle tutte. Affidare un testo al lettore è dargli insindacabile diritto di interpretarlo come gli pare e piace.

Per me
il Mondo deve sapere è sempre stato una lettera a Silvia, scritta come gliela avrei raccontata se l'avessi avuta davanti, su quali siano i frutti di un certo modo di pensare la persona, al lavoro o altrove.



Alimentare l'equivoco che si tratti di un libro "di sinistra" serve solo ad illudere il 50% degli italiani sul fatto che i libri che parlano di lavoro precario riguardino l'altro 50% della gente. C'è la denuncia? No, le denunce si fanno ai magistrati con nomi e cognomi, non alle amiche o agli editori. C'è invece il racconto di un mondo che si critica da solo semplicemente esistendo. Se raccontarlo ne mette in luce le assurdità, allora il mio libro è una critica.
Se poi c'è la risata, è perchè io amo ridere mentre penso. Pensare a muso duro genera brutte idee, brutte azioni e probabilmente anche brutti libri.
Scegliere di pubblicarlo è stata una delle cose più difficili che ho dovuto decidere, perchè scrivere di lavoro dove lavoro non ce n'è è come scrivere di qualunque altra cosa. E' una scelta che si paga, tanto più cara quanto più sei vicino alla realtà che racconti. Raccontare quello che ho vissuto in modo sferzante, brutale perchè reale, ha messo in gioco una serie di dinamiche che non ha portato all'aumento del numero dei miei amici. Meno male che quelli che avevo mi sono rimasti.
I miei hanno certamente compreso questa tensione quando mi hanno offerto la scelta di pubblicare anonima, ma io non ho accettato, perchè non voglio vergognarmi di raccontare quello che tanti altri non si vergognano di fare. La vera vergogna è che non ci sia abbastanza gente a raccontarla, questa storia silenziosa. Il popolo che parla al telefono per mestiere, fuori dai call center non ha voce alcuna.


webmaster Paolo ONIDA - ultimo aggiornamento: sabato 14 novembre 2009 | crakeras@tiscali.it

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